IL CONTRIBUTO DEGLI IMMIGRATI ALL'ECONOMIA ITALIANA

di Luciano Camaggio

 

Secondo il rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa di Mestre gli immigrati  sono l'8,3%  della popolazione italiana, pari a circa 5 milioni di persone; contribuiscono per 127 miliardi al PIL italiano, ovvero l'8,6% del PIL totale; versano tasse IRPEF per 7 miliardi e contributi previdenziali per 11 miliardi, pagando di fatto 640 mila pensioni agli italiani. Sotto il profilo economico sono quindi un affare per il nostro Paese.

Sempre secondo il citato rapporto se la “STRANIERI SPA”  fosse considerata come un'azienda, sarebbe la 25° impresa più grande del mondo, a livello della FIAT, che ha un fatturato di 136 miliardi.

I pensionati stranieri sono solo 100 mila, mentre i pensionati italiani sono oltre 16 milioni; i settori in cui la spesa per l'immigrazione è più rilevante sono quelli del welfare e della sicurezza, ma che comunque è inferiore al 2% della spesa pubblica.

Il 20% degli stranieri vive in casa di proprietà,  l'8,7% sono titolari di impresa e il 35,5% quelli con cittadinanza italiana. Gli occupati sono 2,4 milioni, pari al 10% degli occupati totali. I settori economici in cui sono più presenti sono l'agricoltura e l'edilizia.

Questi sono i dati essenziali dai quali bisogna partire per una disamina del complesso fenomeno dell'immigrazione.

In sostanza, quindi, gli immigrati salvano l'economia del nostro Paese, che -secondo alcuni analisti- ha bisogno di 150 mila nuovi immigrati all'anno.

Ma veniamo al delicato problema dell'accoglienza, che purtroppo vede l'Italia, per la sua posizione geografica, in prima linea per gli arrivi, in particolare per i barconi provenienti dalle coste libiche, con l'onere, per il trattato di Dublino, di dover procedere all'identificazione e, quindi alla pratica di riconoscimento dello “status di rifugiato”.

Qui, purtroppo, abbiamo assistito diverse anomalie, le più eclatanti sfociate in scandali oggetto di indagini giudiziarie  che hanno evidenziato comportamenti malavitosi, con arricchimenti indebiti da parte di loschi personaggi (pensiamo al fenomeno di “mafia capitale” o al CARA di Mineo in Sicilia).

Occorre anche in questa sede precisare che dei 35 euro al giorno di costo, solo da 2,5 a 5 euro vanno all'immigrato, mentre da 30 a 32,5 euro vanno alle strutture che gestiscono la loro permanenza fino al riconoscimento o meno dello status di rifugiato, pratica per la quale, purtroppo per nostre carenze amministrative, passano anche due anni.

E' di questi giorni un decreto legge governativo che ha in programma di riaprire i CIE, snellire la pratiche di riconoscimento e, in caso negativo, vietare il ricorso in appello, in modo da accelerare i rimpatri. Il provvedimento stabilisce anche che gli immigrati in attesa di riconoscimento debbono lavorare in maniera volontaria e gratuita. Verranno, infine, istituiti i CPR, ovvero i centri di permanenza per i rimpatri. L'intento finale è quello di promuovere arrivi in maniera regolare, riducendo gli sbarchi, che nel 2016 hanno raggiunto la cifra record di 181 mila persone.

Da segnalare che una recente inchiesta giornalistica sulla Germania ha messo in evidenza come l'accoglienza dei profughi,1 milione e 170 mila dal 2015, sia stato trasformato in un vero bussines, contribuendo in maniera determinante alla crescita del PIL 2016 dell'1,9%.

Da una parte gli investimenti sociali per l'integrazione che vanno dalle spese per l'istruzione e la formazione (costruzione di asili e di scuole, assunzione di personale docente e amministrativo), a quelle per gli alloggi e alla sanità, dall'altra l'incremento degli acquisti di beni di consumo effettuati dagli immigrati in quel Paese.

In sostanza la Germania ha dimostrato che investire nel futuro degli immigrati, significa  investire anche sul  futuro dell'economia del proprio Paese.