LE DISEGUAGLIANZE NEI TRATTATI ECONOMICI

di Michele Tempera 

Il dibattito sui migranti nel nostro paese ed in tutta l’Europa si sta concentrando su due categorie di persone che giungono dopo terribili viaggi sui nostri litorali. Da un lato i rifugiati, che scappano da persecuzioni e conflitti riconosciuti dalla comunità internazionale. Dall’altro lato i migranti economici, così denominati perchè partono dai loro paesi di origine per fuggire la povertà e l’assenza di prospettive di una vita dignitosa.

Queste due categorie sono entrambe presenti nel continente africano, dal quale provengono la maggior parte degli immigrati che vediamo sul nostro territorio nazionale negli ultimi anni. Sebbene le due categorie siano difficoltose da distinguere nettamente, i migranti economici sono, nelle intenzioni dell’Unione Europea ed in quelle del governo italiano, ad essere prima o poi rimpatriati. A parte la oggettiva difficoltà, se non l’impossibilità, a perseguire questa scelta politica rispetto a centinaia di migliaia di individui, i governi europei dovrebbero considerare con maggiore attenzione le cause che hanno originato questa situazione e che determinano tutt’ora il flusso ininterrotto di sbarchi in Europa. Ciò vale anche per tutti noi, spesso spinti dai media e dalla passività a non ragionare in termini di rapporto causa – effetto.

La maggior parte dei migranti economici che negli ultimi tempi cercano di raggiungere l’Ue provengono dall’Africa centro occidentale, vale a dire da una serie di stati che storicamente hanno legami forti e continuativi con quelli europei. Senegal, Ghana, Gambia, Niger, Camerun, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea, sono tutti paesi con un ben definito passato coloniale che li ha segnati profondamente, fino a condurli ad una indipendenza solamente formale. Infatti, al colonialismo tradizionalmente inteso, si è sostituita una forma di ingerenza occidentale meno visibile, ma portatrice di pesanti conseguenze.

Allo scopo di regolamentare i rapporti commerciali tra stati europei e stati africani occidentali, i governi del vecchio continente hanno sfruttato apertamente la maggiore forza negoziale che  derivava dal loro predominio economico e politico. Ne sono conseguiti accordi di “libero scambio” estremamente favorevoli agli europei, i quali hanno potuto dettare le condizioni e acquisire una posizione di vantaggio dagli accordi commerciali stessi.

In questo modo i produttori africani si sono trovati nel corso degli ultimi decenni, in particolare dagli anni novanta in poi, a non potere crescere e a dovere sottostare alle esigenze imposte loro da una concorrenza evidentemente squilibrata in favore delle nazioni europee occidentali.

A ciò si sono sommate pratiche invasive e apertamente scorrette, operate dalle imprese multinazionali europee, consentite dalla corruzione endemica vigente negli stati sopra menzionati e dall’assenza di istituzioni compiute. E’ il caso, ad esempio, del settore minerario o di quello della pesca, entrambi dominati da industrie occidentali e di grave danno alle popolazioni locali sia in termini di salute e di ambiente che di occupazione e diritti sociali.

Queste due pratiche scorrette, i trattati ufficiali e le pratiche commerciali informali, hanno dato forma nel tempo a società dell’Africa occidentale che non sono in grado di offrire alcuna speranza di miglioramento ai propri cittadini. Per colpa di questi fattori esogeni (ma non solo, pur restando preponderanti nel definire la situazione attuale), molti africani decidono di tentare la strada della migrazione per potere avere un futuro minimamente dignitoso che per molti è impossibile cercare in patria. La consapevolezza dei gravi danni che i meccanismi economici imposti dall’Europa hanno causato a quei paesi, dovrebbe avere più spazio nelle decisioni che l’Ue sta adottando (rimpatrii, respingimenti, muri, finanziamenti a dittature per aprire centri di detenzione direttamente in Africa) in materia di migranti.