Il Punto sull'economia Maggio 2015

Il Jobs Act, il lavoro che ancora non c'è e i giovani capaci di futuro
di Luciano Camaggio

Come noto, ad un anno dall'insediamento del Governo Renzi, l'unica riforma strutturale che ha trovato una effettiva attuazione è quella del mercato del lavoro, denominata il “JOBS ACT”, che ha il suo fulcro nel cosiddetto “contratto unico a tutele crescenti”. Precedentemente con il decreto Poletti, il Governo si è interessato del contratto a tempo determinato, con una durata massima di tre anni, con possibili mancati rinnovi fino a cinque volte. Poi si passa ad un contratto a tempo indeterminato con  incremento dei diritti nel tempo, con l'intento di arrivare ad una parità dei diritti per tutti i lavoratori. In tale contesto si è provveduto ad una revisione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, che prevedeva il reintegro in fabbrica, su sentenza del giudice, in caso di licenziamento senza giusta causa, nelle aziende con almeno 15 dipendenti. Le nuove norme prevedono che, in caso di licenziamenti discriminatori e/o per provvedimenti disciplinari, si possa procedere ad un risarcimento in moneta, invece del reintegro.

Aggiungiamo due ulteriori provvedimenti in materia del lavoro che sono stati inseriti nella Legge di Stabilità per il 2015 : la detassazione dei contributi per tre anni per i nuovi assunti a tempo indeterminato (cioè uno sgravio complessivo di 24 mila euro) e l'abolizione della quota IRAP calcolata sul lavoro. Secondo recenti dati INPS, nel primo trimestre del 2015 le richieste di contratto a tempo indeterminato hanno fatto registrare un incremento del 24% rispetto al primo trimestre del 2014, ma l'ipotesi più corretta è che si tratti non di nuove assunzioni, ma di  trasformazioni dai contratti a tempo determinato e di apprendistato. Soltanto quando avremo i dati ISTAT saremo in grado di avere un quadro completo. Secondo i sindacati si tratta di un dato dovuto agli incentivi e non è da escludere che l'eliminazione dell'articolo 18 potrebbe fra tre anni determinare facili licenziamenti. Si tratta pertanto di un fenomeno che va seguito con attenzione.

Questo è dunque il quadro normativo di riferimento del mercato del lavoro.

Siamo, comunque, dell'avviso che per creare nuovi posti di lavoro occorre innestare un circolo virtuoso che parta dall'aumentare il reddito delle persone meno abbienti, per incrementare i consumi e far ripartire gli investimenti. Certamente vanno in questa direzione il reddito minimo garantito o il reddito di inclusione sociale (REIS), iniziativa quest'ultima promossa dalle ACLI e dalla CARITAS e alla quale hanno aderito i tre sindacati (CGIL, UIL E CISL), nonché numerose associazione del Terzo Settore. E' un patto aperto contro la povertà”, ovvero una misura nazionale rivolta a tutte le famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta in Italia e quantificati dall'ISTAT in sei milioni di cittadini, compresi un milione di bambini.

Ma, aldilà di quelli che sono i provvedimenti che potranno essere realizzati per favorire l'accesso al mondo del lavoro, occorre fare alcune considerazioni su quello che sarà il futuro dell'economia italiana post-crisi, partita come noto nel 2008 e purtroppo ancora in atto, nel contesto della globalizzazione dei mercati. Il recente dato ISTAT di crescita dello0,3% del PIL del primo trimestre 2015 fa ben sperare nella possibile uscita dalla recessione. (ricordiamo che tecnicamente il dato positivo va confermato anche nel secondo trimestre).

Come emerso nel recente convegno “ Il senso del buon vivere”, promosso a Forli dalla Fondazione della Cassa dei Risparmi e dalla Settimana del Buon Vivere e al quale hanno partecipato il Premio Nobel per l'economia, l'indiano Amartya Sen, il Prof. Enrico Giovannini, ex Presidente dell'ISTAT, l'ex premier Enrico Letta ed il giornalista Gianni Riotta, occorre tener presente che è impossibile auspicare di poter ritornare alla situazione economica pre-crisi, ovvero al 2007, e che nel giro dei prossimi venti anni ben il 40% delle attuali mansioni lavorative saranno obsolete, ovvero non più ripetibili. Tutto questo pone di fronte ad un importante problema per il futuro dei nostri giovani: come sappiamo la disoccupazione generale in Italia è al 13%, mentre quella giovanile ha raggiunto il nuovo picco del 43%. Il che vuol dire che una particolare attenzione va dedicata ai giovani, i quali innanzi tutto debbono prendere in considerazione tutte le opportunità di lavoro esistenti. Una recente indagine della CNA ha evidenziato che nel giro di tre anni ci sono 500 mila aziende artigianali a rischio chiusura per mancanza di ricambio generazionale, ovvero ci sono mestieri che non attraggono più i nostri giovani, in quanto richiedono sacrifici, come i turni notturni dei panettieri, i falegnami, i barbieri; non è da escludere che tale atteggiamento sia favorito dalla importante funzione di ammortizzatori sociali delle famiglie, le quali peraltro vedono assottigliare i loro risparmi.

Ma ritornando alle prospettive economiche del futuro è indispensabile che il Governo investa in quello che viene definito “il capitale umano”, ovvero in ricerca, innovazione e formazione. Inoltre è necessario che i giovani si rendano conto che, superata l'attesa del cosiddetto posto di lavoro, debbono farsi promotori di  nuove iniziative, come l'avvio di start up, che possono spaziare da settori tradizionali, come l'agricoltura, con itinerari culturali ed eno-gastronomici, ai settori innovativi come l'informatica, la telefonia. Un ruolo importane in tale contesto spetta anche alle banche, che dovrebbero abbandonare i criteri tradizionali di finanziamento alle aziende, basati sul patrimonio e sulle garanzie personali, per valutare la fattibilità delle buone idee prospettate in particolare dai giovani.

Come italiani dobbiamo purtroppo constatare che le nostre università formano dei giovani preparati e capaci, che poi sono costretti ad emigrare per realizzare le proprie aspirazioni, in particolare nei dottorati di ricerca  e in settori innovativi. Sarebbero circa quattro milioni i lavoratori italiani all'estero, alimentati essenzialmente dai flussi annuali dei nostri giovani, che hanno trovato uno sbocco di lavoro in vari Paesi. Da ribadire che non si tratta dei  lavoratori manuali che caratterizzavano le nostre correnti di immigrazione del dopoguerra (i tipici immigrati poveri con le valigie di cartone), ma di giovani con un grado di istruzione elevata. Possiamo affermare che abbiamo il danno per gli investimenti dedicati alla formazione, e la beffa nell'utilizzo all'estero di una massa di giovani preparati.

Quindi possiamo concludere che non è vero che non abbiamo giovani capaci di futuro, ma che abbiamo una classe dirigente, politica e manageriale, incapace di affrontare alla radice e con concrete politiche del lavoro, un problema sociale che rischia di diventare sempre più pericoloso.