Il Punto sull'Economia

La distribuzione del cibo in Italia

di Luciano Camaggio

Secondo un recente rapporto dell'ISTAT sull'anno 2014, in Italia abbiamo 8 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà, di cui quattro milioni in condizioni di povertà assoluta (compresi circa un milione di bambini), ai quali viene negato uno dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, ovvero il diritto all'alimentazione.

 Vediamo di esaminare come questo enorme problema viene affrontato nella nostra Regione. Il pilastro principale è rappresentato senza dubbio dalla Fondazione Banco Alimentare Emilia Romagna, che è un ente non profit nato nel 1992, per rispondere alla domanda di cibo da parte di persone bisognose, trasformando lo spreco alimentare in risorse. E' parte della Rete Banco Alimentare costituita da 21 organizzazioni distribuite nel territorio nazionale e coordinate dalla Fondazione Banco Alimentare di Milano

In sinergia con la Rete, la Fondazione Banco Alimentare Emilia Romagna si occupa sul territorio regionale della raccolta di eccedenze alimentari perfettamente commestibili, ma per varie ragioni non più commercializzabili (e che altrimenti in gran parte finirebbero in discarica con spreco di risorse e grave danno per l'ambiente) e della distribuzione gratuita alle strutture caritative accreditate ( attraverso le quali i prodotti giungono ai destinatari finali) e della realizzazione in Emilia Romagna della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare. Nel 2014 la Fondazione Banco Alimentare Emilia Romagna Onlus ha distribuito gratuitamente 6.722 tonnellate di alimenti recuperati e raccolti, per un valore stimato in 20 milioni di euro. Questi alimenti, attraverso 806 strutture caritative accreditate sul territorio regionale, sono arrivati ad oltre 160.000 persone.

 La maggior quantità di prodotti alimentari viene raccolta dai supermercati, con vantaggi anche per questi ultimi, in quanto il problema della selezione e dello smaltimento viene preso in carico dalle associazioni caritative, in primis la Caritas. Alcune eccedenze alimentari vengono reperite da altre comunità, come ad esempio gli ospedali e le mense scolastiche. Da segnalare, in particolare per gli ospedali che operano alcune associazioni di volontariato, promosse da alcuni chef, per migliorare la qualità del cibo per gli ammalati, che per il loro stato di salute soffrono di inappetenza, raggiungendo il doppio scopo di nutrire i pazienti e di evitare spechi di bassa qualità.

 Ma  la questione di fronteggiare alla base il grosso problema del diritto  al cibo di una fascia di popolazione così ampia, ovvero 8 milioni di persone, malgrado le benemerite azioni della associazioni caritative si può raggiungere solo attraverso la concessione di quello che viene definito un reddito minimo garantito, già presente in tutti i paesi dell'Unione Europea, ad eccezione dell'Italia e della Grecia.

 Tra le varie proposte in campo segnaliamo il REIS, ovvero il Reddito di Inclusione Sociale. Promosso nel 2013 su iniziativa della Caritas e delle Acli, con adesione successiva di CGIL, CISL e UIL, oltre che di numerose associazioni del Terzo Settore, è intesa come “l'alleanza contro la povertà”. Sul tema si è recentemente tenuto un convegno a Forlì, condotto da Don Franco Appi e al quale hanno partecipato Giovanni Bottalico, Presidente Nazionale delle ACLI,  Raul Mosconi, Assessore al Comune di Forl', Elena Galeazzi della Caritas.

 

Ricordiamo che il REIS si articola nei seguenti punti, secondo i relativi principi ispiratori:

1)  utenti: tutte le famiglie in povertà assoluta legittimate dalla presenza nel territorio italiano e residenti da almeno 12 mesi (principio dell'universalismo);

2)  importo: la differenza tra il reddito familiare e la soglia ISTAT di povertà assoluta, ovvero il livello di “vita minimamente accettabile” (principio di adeguatezza);

3)  variazioni geografiche: le soglie variano secondo il costo della vita nelle varie regioni (principio di equità territoriale);

4)  servizi alla persona: all'erogazione monetaria si accompagna l'erogazione dei servizi, ovvero il servizio per l'impiego, le esigenze di cura contro il disagio psicologico (principio di inclusione sociale);

5)  welfare mix: il REIS va gestito dai Comuni, con l'aiuto del Terzo Settore e dei servizi per la formazione/impiego (principio di partnership);

6)  lavoro: i membri della famiglia tra i 18 e i 65 anni, abili al lavoro, debbono attivarsi in tale direzione ( principio di inclusione attiva);

7)  livelli essenziali: il REIS costituisce il primo livello essenziale delle prestazioni di politiche sociali (principio di cittadinanza).

 Durante il citato convegno si è cercato di approfondire alcuni punti essenziali, ovvero come si può calcolare il reddito minimo, dove trovare le risorse, con quali criteri verrà distribuito e quali potrebbero essere i destinatari; e ancora chi provvederà alla distribuzione; sarà il denaro distribuito a reinserire; è previsto un inserimento nel lavoro a chi ne è capace e, infine, come evitare che il reddito minimo induca al rifiuto o alla non ricerca del lavoro.

Nel dibattito è emerso che la misura non deve essere un sussidio strettamente economico, ma un aiuto per uscire dall'emarginazione e dallo “scarto” che l'indigenza economica può creare. Non deve essere permanente, ma uno strumento per trovare lavoro. L'inclusione è soprattutto frutto del lavoro e in esso e attraverso di esso c'è recupero oltre che di mezzi, anche di dignità umana e sociale. Papa Francesco afferma che è necessario portare il pane a casa con dignità, ovvero con il proprio lavoro.

Come cittadini, dobbiamo auspicare che il progetto del REIS, che secondo i promotori richiede per la sua realizzazione tre anni e risorse graduali a regime per 7 miliardi, possa avviarsi nel 2016 per concludersi nel 2018, in modo da risolvere alla radice il problema del cibo per tutti.