Il punto sull'economia

L'EXPORT  FUORI CONTROLLO DELLE ARMI TRICOLORE

di Luciano Camaggio

Da 25 anni e cioè dal 1990 l'Italia ha una delle migliori leggi per controllare le esportazioni degli armamenti. Prima di allora il tema era regolato da un Regio Decreto del 1941 (firmato da Mussolini, Ciano e Grandi) che imponeva il “segreto di Stato” e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare.

Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l'avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani Tese, Progetto Mondo Mlal, Missione Oggi e Pax Christi) e  nel luglio 1990 si ebbe l'approvazione della legge 185. Una novità assoluta nel panorama mondiale, perchè affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al Governo sulle esportazioni: infatti stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l'export verso Paesi in conflitto armato e sottoposti ad embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani e quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e più in generale “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali”. Paletti che, come vedremo, scontentavano l'industria bellica nazionale, in quanto subordinavano la vendita delle armi all'interesse nazionale, che andava in sostanza inquadrato nelle alleanze dell'Unione Europea e della Nato. Per questo la legge 185 impose al Governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazione alla vendita delle armi. Al tempo stesso l'esecutivo ogni anno doveva inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti ricevuti dai ministeri competenti.

Questo è il quadro normativo, ma vediamo quale in sostanza è stato nel tempo l'andamento delle esportazione delle armi, sotto la spinta della “lobby armiera”, sulla base delle rivelazioni delle associazioni della Rete Disarmo. L'Italia, in un quarto di secolo, ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro, consegnando armamenti per 36 miliardi, ma oltre la metà di esse ha riguardato Stati non appartenenti né all'Unione Europea né alla Nato, esterne quindi alle alleanze politico-militari del nostro Paese. Un dato preoccupante, in quanto come abbiamo visto la Legge 185 imponeva che le esportazioni di armamenti fossero conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia.

Se poi ci si concentra nell'ultimo quinquennio lo scenario ha tinte ancora più fosche: le autorizzazioni all'export extra UE e Nato salgono al 62% e tra i primi venti Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete”, secondo i criteri del Democracy Index dell'Economist, cinque sono regimi autoritari e due ibridi, mentre i restanti sei paesi non si possono definire democratici. La classifica è guidata dai regimi di Algeria, Arabia Saudita ed altri paesi dell'Africa, facendo aumentare il flusso di quanti chiedono asilo all'Europa.

Tali esportazioni avvengono o direttamente, violando i principi della nostra politica estera e di difesa, o attraverso le cosiddette operazioni di “triangolazioni”, ovvero  le esportazioni avvengono verso Paesi consentiti, per poi essere dirottate a Paesi proibiti. Un discorso a parte va fatto per il contrabbando delle armi che, come ha rivelato una recente inchiesta della trasmissione televisiva “Report” di Milena Gabanelli, è nelle mani di personaggi senza scrupoli che vendono le armi ai Paesi non consentiti, compresi i guerriglieri del Califfato dell'Isis, che combattono l'Occidente.

La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento è diventata sempre più lacunosa e di difficile lettura almeno da 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate. Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. Una ulteriore svolta peggiorativa si registra dal 2009, quando la relazione governativa diventa sempre più lacunosa per cui ad oggi è quindi praticamente impossibile conoscere  nei dettagli gli armamenti esportati dall'Italia.

Da considerare che la più importante azienda italiana produttrice di armamenti, ovvero di sistemi di difesa e di sicurezza aerospaziale, è la “Finmeccanica”, azienda al 100% dello Stato, per cui non dovrebbe essere difficile per il Governo ottenere i documenti necessari per l'esame del Parlamento. Da registrare che dietro continue pressioni della Rete Disarmo il Governo si è di recente impegnato a far ripristinare sia l'elenco dei Paesi destinatari, secondo le autorizzazioni rilasciate dal Ministero degli Esteri, che l'elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche, fornito dal Ministero dell'Economia.

Come cittadini dobbiamo auspicare che si ritorni a quella trasparenza che aveva caratterizzato l'avvio della Legge 185 del 1990.

Una riflessione particolare riguarda le Banche, che secondo una recente inchiesta giornalistica, si dividono in quattro categorie:

1)   le “Banche disarmate”  cioè che hanno approvato direttive che escludono in tutto o buona parte il sostegno alle operazioni di export delle armi, come Banca Etica, alla quale si sono via via aggiunte il Monte dei Paschi di Siena, Intesasanpaolo, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare e Credito Valtellinese;

2) le “Banche trasparenti”, cioè che hanno emesso direttive interne che limitano con chiarezza e rigore le operazioni di esportazioni di armamenti, come UBI BANCA, Banca Popolare dell'Emilia Romagna e Cariparma;

3)  le “Banche poco trasparenti”, cioè che hanno emesso direttive interne, ma non le hanno rese pubbliche e non comunicano adeguatamente le operazioni che svolgono in appoggio al mercato delle armi, come Unicredit e BNP-Paribas (capogruppo di BNL);

4)  le “Banche armate”, cioè che non hanno emanato direttive o esse risultano gravemente insufficienti e inadeguate per esercitare un efficace controllo sul commercio di armamenti nei Paesi in cui operano, come  Deutsche Bank,  Barclays Bank,  Natixis, Sociètè Gènèrale e Commerzbank.

Una annotazione finale riguarda le tangenti collegate al commercio delle armi, una prassi purtroppo molto diffusa in queste transazioni internazionali, ma il problema grave è che in alcune occasioni si è scoperto che parte di tali tangenti tornavano in Italia a favore dei cosiddetti “facilitatori”, ovvero quei faccendieri che fanno da intermediari tra politica e affari.