L'intervista di Francesca Gori

Intervista al professor. Marco Borraccetti

Abbiamo chiesto al professor Marco Borraccetti, dell'università di Bologna, Campus di Forlì, Dipartimento Scienze Politiche e Sociali, uno sguardo su quella che è la crisi europea e più in particolare sulla critica situazione greca.


Quali che siano le cause della situazione attuale , c'è o no contraddizione tra i principi fondanti l'Unione europea  e le ' imposizioni' avanzate  dalla troika sul piano economico- finanziario?

 La situazione attuale risale nel tempo, quando – pur legittimamente – sono stati politicamente accettati comportamenti che, si è poi visto negli anni, si sono dimostrati profondamente errati.

In sé, non vi è contraddizione nel tentativo che si è fatto per correggere tale situazione, poiché vi era consapevolezza di quanto fosse a rischio la stabilità – non solo economica, ma anche sociale e politica - dell’intero sistema dell’Eurozona. La Grecia era semplicemente l’anello debole, ovvero lo Stato che si trovava nella peggiore condizione.

Piuttosto, la contraddizione è emersa in un tempo successivo, quando la difficoltà della situazione e l’esigenza di trovare in fretta una soluzione si sono scontrate con l’intransigenza e l’idea che solo seguendo modelli precostituiti si potesse trovare una soluzione. Le cose sono poi ulteriormente peggiorate quando, a tale situazione, si è aggiunta una componente politica che ha portato a radicalizzare le rispettive posizioni, giungendo persino ad esacerbare gli animi tra cittadini di diversi Stati.

In tal caso sì, una profonda contraddizione vi è stata e – per certi versi – vi è ancora.  

 

Può la Grecia non sottostare a dette regole?

No, in nessun modo. Le regole sono fatte per essere rispettate e, principio che vale in ogni settore, possono essere cambiate solo e soltanto seguendo il percorso stabilito dai Trattati.

Una cosa, però, sono le regole che guidano il funzionamento dell’Eurozona, altro la loro interpretazione o gli accordi relativi all’applicazione che sono concordati tra governo greco, governi europei e Istituzioni europee.

Una presa d’atto del fallimento, o della mancanza di risultati delle scelte politiche assunte in passato, richiederebbe la capacità di una revisione o di un loro ripensamento. Mi sembra piuttosto che sia qui il vero problema. La delicatezza dell’argomento e il fatto che si debbano conciliare posizioni molto diverse tra i governi, illustrano bene la complessità del contesto in cui ci si muove. Che richiede, tra l’altro, tempi molto brevi nelle decisioni, estrema lealtà verso gli altri e – al contempo – una certa elasticità nel rapportarsi con loro. Questo vale per i governi tedesco, francese o italiano così come per quello greco. 

 

Le regole dell'area euro valgono anche per i paesi che non ne fanno parte ?   
Le regole dell’Eurozona valgono per gli Stati che ne fanno parte; tuttavia, in prospettiva, tutti gli Stati divenuti membri dell’Unione europea dal 2004 in poi, e quelli che in futuro lo diverranno, adotteranno l’Euro come moneta. Questo, una volta che le condizioni economiche interne lo permetteranno. 

 

Si può uscire dall'euro e restare nell'Unione?

L’uscita dall’Euro è una questione dibattuta, molto spesso con superficialità. Anzi, se mi è permesso, spesso il dibattito attuale sembra orientato più ad un’ipotetica adesione all’Euro, come se non fosse ormai da più di 10 anni la nostra moneta.

Rimanendo ad una valutazione puramente giuridica, e al netto di ogni altro tipo di valutazione, i Trattati non prevedono l’uscita dall’Eurozona, e quindi la rinuncia all’utilizzo dell’Euro come moneta, ma solo l’adesione degli Stati.

Invece, l’art. 50 del Trattato sull’Unione europea prevede espressamente la possibilità per uno Stato membro di uscire dall’Unione europea; precisa, infatti, tutti i passaggi procedurali all’uopo necessari. Inoltre, specifica che qualora, una volta non più membro, lo Stato interessato dovesse ripensarci, sarà trattato alla stregua degli altri Stati non membri e seguire il normale percorso di adesione. Insomma, almeno formalmente, nessun canale preferenziale.  

Da ciò possiamo dedurre che, in primo luogo, se si fosse voluta prevedere l’uscita dalla sola Eurozona, si sarebbe inserita un’apposita disposizione. Così, la sola rinuncia ad avere l’Euro come moneta non è possibile; mentre è possibile l’uscita dall’Unione europea. Le due cose non si possono distinguere.

In tal caso, però, le conseguenze sarebbero molto più ampie della mera rinuncia ad avere l’Euro come moneta o dal dover rispettare quanto stabilito dai Trattati per l’Eurozona.

 

Quale potere, quale libertà  hanno i cittadini di volere e scegliere politiche proprie? 

Il dibattito sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e politica dell’Unione europea è molto vivace e spesso si parla di deficit democratico proprio per sottolineare l’idea che ci sia qualcuno che decide senza un particolare controllo.

In realtà, il Parlamento europeo ha un notevole potere all’interno della dinamica istituzionale dell’Unione europea, tanto sul piano decisionale che su quello di controllo. Infatti, è protagonista della attività legislativa con pari valore rispetto al Consiglio dell’Unione europea: se questa istituzione rappresenta i governi statali, il Parlamento rappresenta i cittadini dell’Unione che, ogni 5 anni, eleggono i propri rappresentanti. Starà poi a loro presentare le istanze d’interesse per i territori da cui provengono.

Inoltre, i cittadini possono sfruttare quella che assume il nome di Iniziativa dei cittadini e che assomiglia a quella che in Italia è la legge di iniziativa popolare. In tal caso, di fronte alla richiesta presentata con almeno un milione di firme in almeno sette Stati, la Commissione dovrà valutare se dare seguito o meno alla proposta presentata: in caso negativo, sarà obbligata a spiegare le ragioni che l’hanno portata a scegliere in tal senso. In questo caso, su temi importanti e sentiti da tutti, come ad esempio la pubblicizzazione delle forniture idriche o della tutela dell’ambiente, i cittadini europei hanno senz’altro il potere e la possibilità di fare sentire la propria voce.

 

A che serve l'Europa se si sta peggio?

L’Unione europea è nata per un ideale di pace. Non si è mai in errore se si ricorda che – da quel momento e cioè dal 1950 – non si sono più avute guerre nei territori degli Stati membri della CEE prima, della CE e dell’UE poi. Per altre popolazioni, divenire cittadini europei ha significato anche rincorrere quella pace e, finalmente, ottenerla. Per altri ancora, l’UE è il traguardo da raggiungere per migliorare le proprie condizioni economiche, sociali, dei diritti civili riconosciuti a tutti.

Pur se il momento di crisi che attraversiamo è molto duro, e prolungato nel tempo, dobbiamo considerare che anche nel nostro Paese le condizioni generali di vita sono migliorate negli anni; pur se le ingiustizie e le diseguaglianze sociali sono ancora molto presenti, è solo con l’Unione europea che potremmo migliorarle in futuro.

Dobbiamo poi essere consapevoli che l’Unione europea è la zona del mondo ove, oltre alla pace, vi è maggiore attenzione ai diritti delle persone: la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che tutela tutti i cittadini, indistintamente dalla loro provenienza, lingua, credo religioso o politico, è forse il testo più avanzato al mondo.

Vi è poi un considerevole sviluppo economico e la sua collocazione geografica la porta inevitabilmente ad essere un traguardo anelato da chi vive in condizioni di povertà e miseria in altre aree del mondo. 

 


Ha senso un'Europa con forti disparità tra gli stati ( ed anche al loro interno)?

La sfida dei prossima anni sarà proprio quella di ridurre le disparità e le disuguaglianze che vi sono tra Stati e nel loro interno. Il momento non è favorevole, spesso si sente porre l’accento più sulla necessità di dividere che su quella di cooperare e di aiutare. Abbiamo scoperto un individualismo degli Stati che cozza contro i Trattati e contro gli stessi ideali che sono a fondamento dell’Unione europea medesima.

Dovremmo invece pensare di più alla solidarietà, tra Stati e tra persone, e ad avere una maggiore consapevolezza del fatto che nessuno degli Stati, preso singolarmente, ha forza e possibilità per affrontare il futuro.

E’ forse la cosa più semplice da pensare, ma è una posizione sbagliata e di retroguardia. Tipica di chi guarda più al passato (che tranquillizza nonostante tutto) che al futuro (per definizione incerto).

 

Cosa manca all'Europa e cosa fare per venire fuori dalla situazione attuale?

Oltre alla solidarietà, è inevitabile pensare che ciò di cui abbiamo bisogno sia una maggiore integrazione politica. Sembra difficile da ritenerlo fattibile, soprattutto in un momento come questo, ove non sembrano emergere personalità capaci di guardare al di là del proprio confine ed al di là del periodo del proprio mandato elettorale.

Invece, è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. In fondo, terminata la seconda guerra mondiale, nessuno avrebbe mai pensato di stringere un’alleanza con la Germania e l’Italia. Invece, ciò venne fatto.

Nel 2015, e nei prossimi anni, sarà fondamentale una maggiore integrazione politica non solo nelle parole o nei meccanismi di governo, ma nei fatti. Con un approccio alle cose che ci spinga a vedere anche gli altri, quale che sia la loro origine, guardando al di là dei nostri confini.

Non sarà facile, ma è la complessità a costituire un valore aggiunto alle cose ed ai progetti. Rinunciare porterebbe a dei risultati infinitamente peggiori.