L'accoglienza: un valore umano e cristiano

INTRODUZIONE A: IL VALORE DELL'ACCOGLIENZA UMANA E CRISTIANA


“È ormai evidente a chiunque sia dotato di un minimo di intelligenza e di sensibilità che sulla capacità di accoglienza si gioca la nostra condizione di esseri umani o, al contrario, il nostro scivolare sempre più in quella barbarie bestiale che vediamo affiorare qua e là, e che purtroppo fa sempre notizia.” Queste parole forti, il monaco Ludwig Monti le ha dette all’inizio del suo intervento in Cattedrale, a Forlì,  in occasione della Giornata della Carità 2016. 


Forlì, Cattedrale di Santa Croce, 6 marzo 2016 (IV domenica di Quaresima C) Giornata diocesana della carità 

 

Ludwig Monti  Monaco di Bose  

L’ACCOGLIENZA CRISTIANA 

Accoglietevi gli uni gli altri come  anche Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio.  (Rm 15,7)  

 

Introduzione: un tema decisivo e cristiano perché umanissimo  

Ringrazio la Caritas diocesana per l’invito rivoltomi e sono particolarmente  contento di essere qui, al cuore della chiesa locale che mi ha generato a Cristo. Nell’ambito di questa “Giornata della carità” mi è stato affidato il compito di meditare insieme a voi sull’accoglienza cristiana. Si tratta di un tema sempre cruciale, ma in particolare nell’epoca sociale e culturale che stiamo vivendo. Lo affronterò in chiave assolutamente pre-politica, ma, con altrettanta convinzione, in chiave cristiana, cioè in chiave umana, umanissima: Gesù Cristo, infatti, è il Figlio di Dio e il figlio dell’uomo, l’uomo che “ci ha insegnato a vivere in questo mondo” (cf. Tt 2,12), dunque dopo di lui e in fedeltà a lui è autenticamente cristiano ciò che è anche autenticamente umano, secondo l’umanità vissuta e insegnata da Gesù stesso. È ormai evidente a chiunque sia dotato di un minimo di intelligenza e di sensibilità che sulla capacità di accoglienza si gioca la nostra condizione di esseri umani o, al contrario, il nostro scivolare sempre più in quella barbarie bestiale che vediamo affiorare qua e là, e che purtroppo fa sempre notizia. Proprio perché  viviamo da cristiani nel mondo, in questa terra che deve essere casa per tutti, la mia riflessione non può non tenere sullo sfondo l’attualità di questi mesi, di questi anni ormai, contrassegnata dai flussi migratori, con tutto il loro carico di sofferenza. Terrò conto anche delle emergenze individuate dal vescovo Lino nel vostro piano pastorale (oltre ai migranti, le famiglie fragili, i carcerati e i giovani vulnerabili). Più in generale, però, vorrei fare riferimento a un’istanza che avverto sempre più come decisiva, nella concreta quotidianità dell’esistenza: in un tempo in cui vi sono forme di povertà nuove e diversificate, in cui appare con chiarezza come sia faticoso per tutti il duro mestiere di vivere, è fondamentale riscoprire l’esigenza della prossimità, del farsi prossimo, cioè vicino, l’uno all’altro. È sull’impegno quotidiano alla  prossimità, l’unico vero antidoto a quella che papa Francesco ha definito a più riprese “globalizzazione dell’indifferenza”[1]che sta o cade anche la capacità di accoglienza. In tutto questo, una nota di speranza ci viene proprio dall’agire e dal parlare  di papa Francesco, profetico e dunque scomodo. Mi introduco quindi alla riflessione  con una delle sue numerose considerazioni dedicate negli ultimi mesi, fino all’Angelus di domenica scorsa, alla dimensione più spinosa e attuale del tema dell’accoglienza

 

Vorrei soffermarmi a riflettere sulla grave emergenza migratoria che stiamo affrontando, per discernerne le cause, prospettare delle soluzioni, vincere l’inevitabile paura che accompagna un fenomeno così massiccio e imponente

I massicci sbarchi sulle coste del Vecchio Continente sembrano far vacillare il sistema di accoglienza, costruito faticosamente sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che costituisce  ancora un faro di umanità cui riferirsi … Tuttavia, non ci si può permettere di perdere i valori e i principi di umanità, di rispetto per la dignità di ogni persona, di sussidiarietà e di solidarietà reciproca … È importante che le nazioni in prima linea  nell’affrontare l’attuale emergenza non siano lasciate sole, ed è altrettanto indispensabile avviare un dialogo franco e rispettoso tra tutti i paesi coinvolti nel problema … affinché, con una maggiore audacia creativa, si ricerchino soluzioni nuove e sostenibili[2]


 In pieno accordo con queste parole, affronterò il tema dell’accoglienza  cristiana in tre tappe successive: 

1.         Le radici bibliche dell’accoglienza.

2.         Noi e gli stranieri, emblema della diversità da accogliere.

3.         Lo stile dell’accoglienza cristiana.      

 

1.Le radici bibliche dell’accoglienza

Accoglienza è una parola che già nella sua etimologia contiene un programma di vita. Essa deriva da “accogliere”, cioè dal latino ad-cum-legere, “raccogliere insieme verso”. Ma questo non è forse il cammino di noi umani sulla terra? Sempre e dovunque la nostra vocazione è quella di raccogliere insieme le forze, per camminare insieme verso il bene comune, verso la gioia condivisa. Insieme, appunto, senza ascoltare le voci stonate di quegli “imprenditori della paura” che, per esempio, gridano che gli immigrati, in particolare quelli islamici, altereranno la nostra identità  religiosa e culturale. Chi fa questi discorsi è un “cattivo maestro”, che teme di essere derubato di un’identità proprio perché non ce l’ha; o meglio, ne è ignorante, non la conosce; di conseguenza, non è disposto a pagare il faticoso ma umanizzante prezzo del dialogo per ciò in cui, in profondità, non crede e di cui non è convinto.

Le sante Scritture, e al loro cuore i vangeli, ci presentano un ritratto ben diverso dell’identità del credente nel Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di  Gesù Cristo, identità strettamente connessa proprio con la sua capacità di accoglienza. Cosa chiede Dio a quanti sono in alleanza con lui? Tutti conosciamo il comando presente nel libro del Levitico, ripreso da Gesù (cf. Mc 12,31 e par.): “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Dimentichiamo però facilmente che, con la stessa forza, Dio ha ordinato: “Amerai lo straniero come te stesso, perché  anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto” (cf. Lv 19,34) e similmente: “Amate lo straniero, perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto” (Dt 10,34).

La motivazione di questo precetto che chiama all’amore, vertice dell’accoglienza, risiede nel fatto che i credenti sono costitutivamente stranieri: a partire dalla condizione di Israele in Egitto, sempre il popolo in alleanza con Dio è straniero e pellegrino su questa terra. Purtroppo vengono perlopiù taciute nello spazio religioso le definizioni neotestamentarie dei cristiani che vanno in questo senso:

 

Carissimi, vi esorto come stranieri e pellegrini (1Pt 2,11).

 

Nella fede morirono [i nostri padri e le nostre madri] … confessando di essere stranieri e pellegrini sulla terra (Eb 11,13).

 

La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil  3,20)

Fino a quell’indimenticabile ritratto fornito da uno splendido testo delle origini cristiane, l’A Diogneto che dovrebbe essere ben più meditato da quanti si  dicono, appunto, cristiani. È un brano un po’ lungo, ma vale la pena riascoltarlo, perché costituisce, per così dire, la nostra carta d’identità:

 

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano un linguaggio particolare, né conducono un genere speciale di vita  Abitando città greche o barbare, come a  ciascuno è toccato in sorte, e seguendo le abitudini locali quanto agli abiti, al cibo e al modo di vivere, mostrano la meraviglia e il paradosso, da tutti riconosciuto, del loro  comportamento. Abitano una loro patria, ma come stranieri (cf. 1Pt 2,11); a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri. Ogni terra straniera è  patria per loro, ogni patria è terra straniera … Trascorrono la loro vita sulla terra, ma  sono cittadini del cielo (cf. Fil 3,20). Obbediscono alle leggi stabilite (cf. Rm 13,1; Tt  3,1)  ma  con  il  loro  modo  di  vivere  superano  le  leggi.  Amano  tutti  e  da  tutti  sono  perseguitati. Non sono conosciuti (cf. 2Cor 6,9), eppure sono giudicati; vengono messi  a morte e ne ricevono vita. Sono poveri, e arricchiscono molti; mancano di tutto,  eppure abbondano in tutto (cf. 2Cor 6,10; Fil 4,12). Sono disprezzati, eppure nel disprezzo trovano gloria (cf. 1Cor 4,10; 2Cor 6,8); vengono calunniati eppure riconosciuti innocenti. Insultati, benedicono (cf. 1Cor 4,12; Rm 12,14; 1Pt 2,23; Lc 6,28); offesi, rispondono con rispetto. Fanno il bene e sono puniti come malfattori (cf. At 4,21); castigati, si rallegrano come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come gente straniera, dai greci perseguitati, e quelli che li odiano non sanno spiegare  il motivo della loro avversione, I cristiani abitano nel mondo, ma non provengono dal mondo (cf. Gv 15,19; 17,11.14.16) Dio ha assegnato loro una missione così  importante che essi non possono proprio disertare[3]

 

Chi si riconosce in questo ritratto, come può chiudersi all’accoglienza di ogni altro essere umano, in particolare di ogni straniero, sapendo di essere lui stesso, per definizione, straniero e pellegrino? Addirittura Agostino si è spinto a scrivere che “vero cristiano è colui che anche nella sua casa riconosce se stesso come “un viandante, uno straniero”[4].

In ogni caso, se uno sceglie di praticare una strada di chiusura, deve sapere che non sta trasgredendo un punto marginale, periferico della sua fede, ma, molto semplicemente, non è cristiano: non è un cristiano nel mondo, è invece mondano senza essere di Cristo. Ovvero, rovescia letteralmente quella che è  stata la volontà di Gesù per la sua comunità, quando nel suo testamento ha pregato il Padre affinché i suoi discepoli fossero “nel mondo senza essere del mondo” (cf. Gv 17,14-16), proprio come lo è stato lui. Eccoci dunque alla prassi di accoglienza vissuta da Gesù, che per noi è letteralmente Vangelo, buona notizia, è il modello a cui tentare di conformarci. Il teologo francese Christoph Theobald ha ben riassunto il modo di relazionarsi di Gesù con ogni essere umano sotto la categoria della “santità ospitale”[5]; potremmo anche parlare di“santità accogliente”. C’è un sommario del vangelo secondo Luca che sintetizza bene il comportamento di Gesù:

 

[Gesù] accolse [le folle], parlava loro del regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure (Lc 9,11).

Il suo essere “profeta potente in azioni e in parole” (Lc 24,19) si radicava proprio nella sua disponibilità e volontà di accogliere tutti e ciascuno; ma anche –  non lo si dimentichi – di lasciarsi accogliere: “Una donna, di nome Marta, lo accolse, lo ospitò” (Lc 10,38); “[Zaccheo] lo accolse, lo ospitò pieno di gioia” (Lc 19,6).

 

Gesù sapeva accogliere e incontrare veramente tutti, senza pregiudizi né  distinzioni: in primo luogo i poveri, i primi destinatari del Vangelo; poi i ricchi come Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) e Giuseppe di Arimatea (cf. Mc 15,42-43 e par.; Gv 19,38); gli stranieri come il centurione (cf. Mt 8,5-13; Lc 7,1-10) e la donna siro-fenicia (cf. Mc 7,24-30; Mt 15,21-28); gli uomini giusti come Natanaele (cf. Gv 1,45-51); i peccatori pubblici e le prostitute presso i quali alloggiava e con i quali condivideva la tavola 5 Cf. C. Theobald, “Il cristianesimo come stile”, in Il Regno-Attualità 14 (2007), pp. 492-493; Id.,   Il  cristianesimo come stile, vol. I, EDB, Bologna 2009, pp. 49-58. Si veda anche E. Bianchi, Fede e fiducia, Einaudi, Torino 2013, pp. 65-69  (cf. Mc 2,15-17 e par.; Mt 21,31; Lc 7,34.36-50; 15,1). E sia chiaro: Gesù non incontrava lo straniero in quanto straniero, il povero in quanto povero, il peccatore in quanto peccatore. Ciò avrebbe significato rinchiudere l’altro in una categoria, ghettizzarlo. No, Gesù incontrava l’altro in quanto essere umano come lui, membro dell’umanità, uguale in dignità a ogni altro umano. Nell’incontrare e ascoltare l’altro Gesù sapeva coglierlo, questo sì, come una persona straniera, oppure segnata da povertà, da malattia, da peccato… ma solo in un secondo momento! Nel faccia a faccia con chi incontrava, Gesù sapeva non nutrire prevenzioni, sapeva creare uno spazio di fiducia e di libertà in cui l’altro potesse entrare senza provare paura o sentirsi giudicato; sapeva creare uno spazio di prossimità e di accoglienza. In breve, Gesù si metteva sempre innanzitutto in ascolto dell’altro, cercando di percepire cosa gli stava a cuore, qual era il suo bisogno. In quest’ottica, un tratto affascinante della persona di Gesù era la sua capacità di risvegliare e far emergere la fede-fiducia già presente in ogni umano. Quando questa fede viene risvegliata, liberata dalle tante incrostazioni di cui purtroppo gli eventi della vita la ricoprono, allora Gesù può affermare: “La tua fede ti ha salvato”. Gesù non ha mai detto: “Io ti ho salvato”, bensì: “La tua fede ti ha salvato” (Mc 5,34 e par.; 10,52; Lc 7,50; 17,19; 18,42); “Va’, e sia fatto secondo la    tua fede” (Mt 8,13); “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri” (Mt 15,28). Ecco  come Gesù rendeva possibile la fede, ecco come faceva emergere la fede già presente nell’altro: attraverso la sua presenza di uomo affidabile, accogliente e ospitale, che  non dice di essere lui a guarire e a salvare, ma la fede-fiducia di chi a lui si rivolge.

Insomma, Gesù era davvero un uomo di compassione, capace di sentire-con fino a patire-con, dunque un uomo per il quale ogni relazione era aperta alla comunione. Solo avvicinandoci all’altro nel modo insegnatoci da lui, anche noi possiamo vivere un incontro ospitale, all’insegna della gratuità e teso alla  comunione. Non dobbiamo inventarci nulla. Certo, dobbiamo sempre accostarci a ogni umano con la fantasia e la creatività del vero amore, che sa superare gli schemi e sa sempre rinnovare il miracolo dell’incontro. Ma la traccia, il canovaccio lo abbiamo già; ce li ha forniti Gesù nel famoso affresco sul giudizio finale riportato dal vangelo  secondo Matteo

 


[Il Figlio dell’uomo dirà]: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da  mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto  straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,  l’avete fatto a me” (Mt 25,35-40).

 

È la pagina evangelica cui si è ispirata la tradizione delle opere di misericordia  corporali, che tante volte sentirete menzionare in quest’anno santo. Ma è anche il  testo che, invece di impaurirci (in base a un’idea distorta del giudizio finale), dovrebbe rallegrarci, donandoci una semplice ma fondamentale consapevolezza: il giudizio finale sarà nient’altro che una rivelazione della nostra prassi quotidiana. Nell’ultimo giorno ci sarà lo svelamento, ma il Signore Gesù ci lascerà giudicare dal nostro comportamento attuale, non farà che prendere atto delle nostre azioni vissute qui e ora. Ogni giorno, infatti, noi provochiamo il giudizio su noi stessi: con il nostro fare il bene o il male; spesso, più semplicemente, con il nostro omettere di fare il bene… Ecco la posta in gioco nella nostra prassi o non prassi dell’accoglienza. È ciò che l’Apostolo Paolo ha saputo sintetizzare in modo mirabile: “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7). E Pietro gli fa eco: “Siate accoglienti, ospitali gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1Pt 4,9). Noi diamo gloria a Dio con la nostra capacità di accoglierci a vicenda, senza mormorare o lamentarci, a immagine dello stile vissuto e insegnato da Gesù. Nulla di più semplice, nulla di più esigente…    

 

2. Noi e gli stranieri, emblema della diversità da accogliere

 

Avendo posto queste basi alla nostra riflessione, vorrei ora sostare sull’accoglienza del migrante, dello straniero, emblema per eccellenza, sempre e dovunque, della diversità da accogliere. Una prima, elementare considerazione. Proprio in virtù di quanto proclamato da Gesù nel brano di Matteo appena letto, per noi suoi discepoli chiudere la porta ai migranti che chiedono aiuto, vuol dire mettere Cristo fuori dalle nostre vite, dunque non essere più suoi discepoli: “Ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,43)! Gesù Cristo si incontra proprio nella persona dell’altro così diverso, eppure così vicino, senza tetto né patria, spesso povero ma sempre chiamato a essere riconosciuto come fratello o sorella. A fronte di tale indiscutibile verità evangelica, fa tristezza pensare alla nostra memoria corta, che è sempre all’origine della stoltezza e della miopia: un paese come l’Italia, che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un  morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure. Dobbiamo però ricordarlo bene: l’esperienza dei paesi che da più tempo si confrontano con il problema-risorsa dell’immigrazione ci mostra che non esistono ricette infallibili e che nessuno ha la soluzione già pronta, ma nel contempo ci confermano sulla irrinunciabilità dei principi etici che abbiamo posto alla base della nostra convivenza civile. Ancora una volta, dunque, l’alternativa non è tra accoglienza o rifiuto dello straniero ma, a livello umanissimo, tra civiltà e barbarie. In merito all’accoglienza degli stranieri, non voglio farvi complessi discorsi biblici o teologici. Mi limito a riflettere ad alta voce su una parola-chiave, il contributo più proprio di noi cristiani alla discussione su questo tema: philoxenía, “amore per lo xenós, lo straniero”. Il padre della nostra fede, “il padre di tutti noi” (Rm 4,16) Abramo, è un pellegrino, “un arameo errante” (Dt 26,5), che riceve la propria vocazione nella prima parola rivoltagli dal Signore, quella con cui si apre la  storia della salvezza: “Lekh lekhà, esci, vattene dalla tua terra, dalla tua famiglia e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti farò vedere” (Gen 12,1). Comincia così il suo essere nomade, il suo infinito pellegrinare: Abramo è sempre stato “straniero e forestiero” (Gen 23,4) nella terra di Canaan, e morirà possedendo solo un piccolo  fazzoletto di terreno in cui collocare il sepolcro per la moglie Sara e per sé (cf. Gen 23; 25,7-11).

 

Ebbene, proprio per questa sua condizione di straniero e di migrante, Abramo sa cosa significa accogliere gli stranieri. Non è un caso che nelle Scritture sia lui l’ospite e il philóxenos per eccellenza, colui che “ama lo straniero” e lo accoglie nei tre viandanti fatti sedere alla sua tavola (cf. Gen 18,1-8). Con molta intelligenza la Lettera  agli Ebrei commenta così la capacità di accoglienza mostrata da Abramo: “Non dimenticate l’ospitalità (philoxenía); alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto  degli angeli” (Eb 13,2). Sì, chi accoglie ogni ospite, in particolare uno straniero, accoglie Dio, accoglie Gesù Cristo: “Ero straniero (xenós) e mi avete accolto” (Mt 25,35). Da sempre i monaci lo sanno bene[6], ma ogni credente dovrebbe ricordarlo. Basterebbe riascoltare il monito di Paolo: “Siate premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,13), traduce la versione italiana della CEI, ma in realtà alla lettera l’Apostolo dice: “Perseguite la   philoxenía”! E un altro testo antico, la Prima lettera ai Corinti di Clemente di Roma (fine I secolo d.C.) insiste per ben tre volte: “Per la sua fede e la sua philoxenía fu donato [ad Abramo] in vecchiaia un figlio … Per la sua philoxenía e la sua pietà Lot poté fuggire salvo da Sodoma … Per la sua fede e la sua philoxenía fu salvata Raab la meretrice” (10,7; 11,1; 12,1).   Avendo questa attitudine all’ospitalità, all’accoglienza degli stranieri nel nostro DNA di credenti, ci chiediamo dunque: come possiamo essere xenofobi noi che per vocazione siamo xenofili? E comprendiamo meglio la verità delle parole  scritte sessantacinque anni fa da Jean Daniélou, tuttora attualissime:    

 

La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo  straniero, da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes) … Il giorno in cui nello  straniero si riconoscerà un ospite e in cui lo straniero sarà rivestito di una singolare dignità,  invece  di  essere  votato  alla  maledizione,  quel  giorno  si  potrà  dire  che  qualcosa sarà cambiato nel mondo[7].

 

Sta a noi, solo a noi, nella concreta situazione sociale che viviamo, in questa nostra terra, qui e ora, affrettare quel giorno, incarnando la nostra fede. Oggi in Italia.come ormai in tutta l’Europa occidentale, ci troviamo di fronte a un consistente fenomeno migratorio: milioni di uomini e donne appartenenti a mondi, culture, lingue, religioni diverse e fino a ieri di fatto estranee l’una all’altra, si trovano a vivere fianco a fianco tra loro e in mezzo a noi. Fenomeno certo non nuovo quello  della migrazione, ma nuova è la convergenza simultanea di diversi flussi migratori verso l’Europa. La complessità delle situazioni generate dall’immigrazione provoca una serie di interrogativi: “Perché vengono da noi? Non possono restarsene a casa loro? Perché così numerosi? Che ne sarà del nostro modo di vivere e di convivere?”.

 

Di fronte a tali interrogativi si impongono alcune constatazioni. Da sempre  non è il pane che si muove verso i poveri, ma sono i poveri a correre verso il pane; da sempre, quando gli umani hanno speranza di trovare una vita migliore altrove, sono pronti a tentare l’avventura della migrazione, malgrado gravi difficoltà. Molte sono le ragioni che spingono migliaia di individui a lasciare il proprio paese: la miseria che cresce di anno in anno, soprattutto in Africa, l’insicurezza e la violenza politica che inducono minoranze osteggiate a cercare asilo altrove – si pensi ai cristiani del medio oriente –, guerre e lotte etniche che creano profughi e rifugiati… A questo si aggiunga anche il sogno di molti che vogliono uscire da condizioni economiche  penose e partecipare alla vita del “mondo dei ricchi”, identificato con l’occidente  ricco e consumista.

 

Ma oltre che interrogativi dalle risposte complesse, la presenza degli stranieri desta in noi anche timori e paure, perché l’altro è veramente e radicalmente altro da me, perché era sconosciuto e ora me lo trovo accanto. È fisiologico che la presenza dello straniero ci ponga in questione: proprio perché ci manca un terreno comune su cui confrontarci, ciò che nasce spontaneamente di fronte allo straniero è la paura. La paura non va derisa né minimizzata, ma presa sul serio e fronteggiata per capirla e  vincerla. Ora, un dato fondamentale da tenere in considerazione è che nell’incontro con lo straniero non va messa in conto solo la “mia” paura, la paura di chi accoglie, ma anche e forse soprattutto la “sua” paura, la paura di chi arriva in un mondo estraneo, dove non è di casa, un mondo di cui conosce poco o nulla. Davvero, la prima sensazione nel rapporto tra residente che accoglie e immigrato che arriva è la paura:   due paure a confronto! E non basta invocare elementi ideologici, principi religiosi o etici per esorcizzare la paura: essa va affrontata come presa di coscienza
 della distanza, della diversità, della non conoscenza e, quindi, della non affidabilità.  La paura dell’altro è una sensazione paralizzante che va superata assumendola, non rimuovendola. Di fronte al sentimento della paura per l’incontro con lo straniero due sono infatti i rischi: negarne l’esistenza e quindi assolutizzare la differenza dell’altro, sacralizzare l’altro e rinunciare così alla propria cultura; oppure, al contrario, assolutizzare la propria identità intesa come esclusiva ed escludente, assumendo un  atteggiamento difensivo dei propri valori fino a farne un presidio da difendere anche con la forza contro ogni minaccia reale o presunta all’identità culturale o religiosa. In entrambi i casi si dimentica che l’identità a livello sia personale sia comunitario e  sociale si è formata storicamente e si rinnova quotidianamente nell’incontro, nel confronto, nella relazione con gli altri, i diversi, gli stranieri. L’identità, infatti, non è statica ma dinamica, in costante divenire, non è monolitica ma plurale: è un tessuto  costituito di molti colori e molti fili che si sono intrecciati, spezzati, riannodati a più riprese nel corso della storia; l’identità si forgia sempre grazie all’accoglienza dell’alterità, senza la quale non possiamo vivere umanizzandoci. Perché fatichiamo tanto a capirlo? Se non si percorre questo cammino, ecco farsi largo una sorta di autismo sociale, in cui si vive un auto-isolamento che si presume dorato ma che in realtà si risolve in un sistema chiuso, senza più incontri con l’altro, in uno spazio asfittico in cui l’unica pianta in grado di crescere è la barbarie. Scriveva il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas: “Io sono io soltanto nella misura in cui sono responsabile”[8]. Questo è ciò che siamo chiamati a vivere nell’incontro con ogni altro. Questa l’etica che deve regnare quando vogliamo accogliere chi si è avvicinato a noi e quando scegliamo di avvicinarci allo straniero. Incontrare lo straniero non significa farsi un’immagine della sua situazione, ma porsi come responsabile di lui senza attendersi reciprocità, fino all’ardua ma arricchente sfida di una relazione  asimmetrica, disinteressata e gratuita. Solo così la vicenda dell’incontro con lo straniero si fa occasione di umanità per tutti e, per chi crede, incontro con Dio.

 

3. Lo stile dell’accoglienza cristiana Come ultima tappa del nostro itinerario, vorrei proporvi qualche spunto di riflessione su quale, a mio avviso, dovrebbe essere lo stile dell’accoglienza cristiana:  accoglienza di ogni volto a cui decidiamo di farci prossimo, nella sua irripetibile unicità. Lo farò non dandovi ricette mie, ma servendomi del criterio sempre normativo per noi cristiani: l’obbedienza puntuale all’inesauribile tesoro del Vangelo  di Gesù Cristo, cuore delle Scritture, “potenza di Dio” (Rm 1,16), Parola di Dio nella sua massima densità. Ciascuno di voi, poi, potrà e dovrà incarnare queste mie minime indicazioni nel vissuto quotidiano delle sue relazioni.  Mi ispiro a una delle più famose parabole di Gesù, quella del samaritano (cf. Lc 10,30-37). È necessario tenere presente il suo contesto:

 

Un esperto della Legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: “Maestro, facendo che cosa erediterò la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con  tutta la tua anima, con tutta la tua forza” (Dt 6,5) e con tutta la tua mente, e “il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” (Lc 10,25-28).

 

Gesù è molto concreto, di poche parole: una volta compreso teoricamente ciò che va fatto, lo si deve fare, senza tante discorsi. Ma il suo interlocutore, un uomo religioso, vuole giustificarsi, perché non riesce a reggere la semplice e netta  responsabilità che Gesù gli ha affidato: agire, fare azioni d’amore. Allora comincia a  giustificarsi, e non potendo ammettere di non conoscere Dio, pone la domanda sulla seconda parte del comandamento: “E chi è il mio prossimo?”. Tenetela bene a mente… In risposta, ecco la parabola di Gesù, che si apre così:

 

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei banditi, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, avendolo visto, passò oltre dalla parte opposta. Anche un levita, giunto in quel luogo e avendolo visto, passò oltre dalla parte opposta (Lc 10,30-32).

 

a)Vedere

Questi versetti introduttivi ci mettono davanti agli occhi la prima tappa  dell’arte dell’accoglienza: il vedere l’altro, l’accorgersi del suo bisogno. Pensate solo al vedere, allo sguardo, agli sguardi di Gesù, su cui si potrebbe fare un’intera  conferenza… Non basta guardare, occorre vedere, essere svegli e vigilanti, restare consapevoli che nel quotidiano dobbiamo non solo incrociare l’altro, guardarlo e  passare oltre, ma vederlo, con uno sguardo che sappia leggerlo nella sua identità altra da noi, di fratello o sorella in umanità. Conosciuto o sconosciuto, l’altro va visto  come uno uguale a noi in dignità e umanità. Vedere, però, è necessario ma non sufficiente, come ci insegna il comportamento del sacerdote e levita, che vedono e passano oltre

 

b) Farsi prossimo

Dal vedere può scaturire il secondo passo: avvicinarsi, farsi prossimo all’altro e  così renderlo nostro prossimo.  

 

Invece un samaritano, che era in viaggio, passando accanto a lui e avendolo visto, fu  preso da viscerale compassione. E gli si fece vicino, prossimo (Lc 10,33-34). 


Il samaritano, a differenza degli altri due uomini religiosi, non ha nessun titolo  da vantare: è uno straniero, è il nemico religioso, l’eretico per eccellenza. Eppure Gesù lo indica come protagonista positivo della parabola, proprio per insegnare al suo interlocutore, e con lui a ciascuno di noi, che quando si tratta di vivere l’amore non ci sono etichette che tengano, ma ciò che conta è solo lo stare come essere umano accanto a un altro essere umano. Quest’uomo samaritano, dopo aver visto la sofferenza dell’altro uomo, decide di farsi a lui vicino, prossimo. Qui c’è il ribaltamento che costituisce il vertice teologico e antropologico dell’insegnamento di Gesù. Narrativamente lo ha già detto, poi nel dialogo lo esprimerà con la domanda: “Chi di questi tre ti sembra si sia fatto prossimo a colui che è caduto nelle mani dei  banditi?” (Lc 10,36).      Non dunque: “Chi è il mio prossimo?”, bensì: “A chi io mi faccio prossimo?”. Questa è la vera domanda! Quando scelgo di farmi vicino all’altro, nell’incontro, nella prossimità, nel volto contro volto, occhio contro occhio, si decide la relazione. L’altro non è più lontano, non è più uno tra tanti altri, ma ha un volto di  fronte al mio e con il suo volto mi pone una domanda, accende la mia responsabilità.  Ma se non faccio questo passo, tutto è già finito prima di iniziare… 

 

c) Sentire, essere preso da viscerale compassione

A questo punto il terzo passo sta tutto in un verbo, già evocato: “fu preso da  viscerale compassione”. È un verbo straordinario, quasi intraducibile – splanchnízomai in greco – che indica un sentire non solo con il cuore, ma con le viscere. È significativo che nei vangeli sia usato 9 volte per Gesù (Mc 1,41; 6,34; 8,2; 9,22; Mt 9,36; 14,14; 15,32; 20,34; Lc 7,13), 1 volta per il samaritano (Lc 10,33), dietro il quale la tradizione patristica ha letto la figura di Gesù, 2 volte per Dio, nelle parabole (Mt 18,27; Lc 15,20: il Padre prodigo d’amore, vangelo odierno!). Nella prossimità si è feriti dalla sofferenza dell’altro, non si può restare a essa indifferenti, dunque si entra nel movimento della com-passione, del sentire e del soffrire con, cioè della misericordia, come il nostro passo viene reso in latino: “misericordia motus est” (Lc 10,33). E cos’è la misericordia, il cuore per i miseri, se non l’agitarsi in noi di quei sentimenti profondi che in qualche modo ci cambiano, ci alterano alla vista del bisogno dell’altro, ci impediscono quell’indifferenza mortifera che è la tomba di ogni sentimento o moto di umanità? È qui che si vede se uno ha il  cuore di carne oppure di pietra (cf. Ez 11,19; 36,26), se è egoista e narcisista oppure se sa riconoscere il bisogno dell’altro fino a provare empatia, fino a soffrire con lui.  

 

d) Fare  

Se si compiono questi tre passi, allora è quasi naturale l’ultimo: agire, “fare misericordia”, mani nelle mani, come Gesù chiarisce nella parte finale della parabola.  

 

[Il samaritano] gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sul proprio  giumento, lo portò in una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirati fuori due denari, li diede all’albergatore e disse: “Prenditi cura di lui e ciò che spenderai in  più, te lo rimborserò io, al mio ritorno” (Lc 10,34-35).   

 

Gesù stesso lo chiarisce ulteriormente alla fine del dialogo con l’esperto della  Legge. Prima, con la sua domanda: “Chi di questi tre ti sembra si sia fatto prossimo a colui che è caduto nelle mani dei banditi?” (Lc 10,36), lo porta a rispondere: “Chi ha fatto misericordia a lui” (Lc 10,37). Poi chiude come aveva iniziato, con la medesima risolutezza: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (ibid.). Punto.

Questa è l’accoglienza umana e cristiana: una chiamata a fare misericordia. Ovvero – potreste chiedermi – a fare che cosa, in concreto? La parabola, come abbiamo ascoltato, esprime una serie di azioni, alle quali si possono accostare quelle del Padre prodigo d’amore di Lc 15: “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, fu preso da viscerale compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò …  Poi disse ai servi: ‘Presto, portate qui il vestito più bello e vestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello, quello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa’” (Lc 15,20.22-23).

 

Azione varie, diversificate, che ci dicono che non esistono ricette o schemi  prestabiliti. Anzi, quando si decide di fare, si può solo sapere che ha inizio l’arte  dell’incontro; arte che non sappiamo dove ci porterà, arte che richiede nuove tappe: l’ascolto dell’altro, la sospensione del giudizio, la simpatia, l’empatia, il dialogo, il mangiare insieme, il lasciarsi e poi ritrovarsi, senza mai accampare pretese  sull’altro… Personalmente, mi permetto solo un piccolo suggerimento, sotto forma di domanda: per praticare davvero azioni di accoglienza, non potremmo cominciare con l’aprire le porte delle nostre case, con l’accogliere l’altro nella nostra casa, facendo a lui spazio nel nostro spazio, mangiando con lui intorno a una tavola, guardandoci negli occhi, invece di chiuderci dietro porte, muri, barriere, cancelli,  confondendo l’intimità necessaria con un isolamento protetto da barriere invalicabili, che alla fine ci lascia più soli e tristi? In ogni caso, si tratta di fare ciò che possiamo fare – né di più né di meno –, di  compiere azioni sempre in modo diverso e creativo, per venire in aiuto di chi è nel bisogno, guardando a lui e non a se stessi. Azioni che – ci dice Gesù – hanno due caratteristiche fondamentali: sono un avere cura, un prendersi cura dell’altro, e sono “transitive”, nel senso che coinvolgono anche un terzo (qui l’albergatore, in Lc 15 i  servi). Azioni che – aggiungo – dovrebbero essere anche belle: perché solo ciò che è  bello è veramente buono! Nessun protagonismo della carità, dell’accoglienza, ma una carità intelligente, bella, libera e liberante, un agire in modo da creare un circolo virtuoso, in cui si possa affidare ogni altro alla communitas, a un tessuto di  accoglienza fatta insieme, condivisa, data e ricevuta.

 

Sì, perché per accogliere bisogna anche imparare a essere accolti; per fare  misericordia, bisogna anche accettare che gli altri portino la nostra miseria, bisogna
 imparare a lasciarsi fare misericordia, da Dio e dagli altri ai quali ci facciamo  prossimo, che sono il nostro prossimo…  

 

Conclusione

L’arte dell’accoglienza umana e cristiana deve sempre aprirsi al novum, all’inatteso, alla creatività dell’amore. Guai a noi se facciamo schemi o predisponiamo piani pastorali troppo rigidi! Per questo, in conclusione, mi piace raccontare in altro modo la fine della parabola del samaritano. Mi ispiro a un’idea del mio priore Enzo Bianchi:   Non voglio essere irriverente né contraddire le parole del vangelo, ma credo che proprio esse mi autorizzino a mutare leggermente l’ultima parte della parabola …

 


Passa un samaritano (cf. Lc 10,33), il quale è a piedi come il malcapitato, non ha il giumento su cui cavalcare, né olio, né vino, né bende, né soldi. Giunge sul posto, si ferma, vede costui, forse non riesce neanche a parlargli, perché la loro lingua è diversa.  Che fare dunque?  Se  se  lo  fosse  caricato sulle spalle, nel caldo del deserto,  dopo poco sarebbero entrambi venuti meno per la sete. Non ha altre possibilità, è privo di ogni bene. Allora decide di fare una semplice cosa: gli prende la mano nella  propria mano, senza dirgli nulla, e gli sta vicino finché quello muore tra le sue braccia. Questo samaritano fa misericordia, esattamente come quello della parabola  narrata da Gesù, che pure aveva mezzi e possibilità economiche[9].

 

La verità dell’accoglienza cristiana è tutta qui: nel cammino della prossimità.  “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7), ci ha ammoniti l’Apostolo. Facciamoci prossimo gli uni agli altri, come Cristo, lui che è il samaritano, si è fatto prossimo a noi, oso parafrasare alla luce del vangelo.

 

Il vero nome dell’accoglienza cristiana è prossimità. Ecco perché dovremmo  sentire ogni giorno nel nostro cuore il Signore Gesù Cristo che così implora ciascuno di noi: “Fatti prossimo al tuo fratello, alla tua sorella in umanità, allontana da te ogni tentazione di indifferenza, e io sarò sempre con te”. Ovvero, ogni giorno il Signore ci chiede, mi chiede solo questo: “Ti sei fatto prossimo al tuo fratello, alla tua sorella?”.  Tutta la nostra vita sotto il sole è nient’altro che la risposta a questa unica, quotidiana, eterna domanda. Tutta la nostra vita, tutta la nostra accoglienza è la responsabilità di questa risposta.



[1] A partire dal suo viaggio a Lampedusa dell’8 luglio 2013.

[2] Francesco, Discorso in occasione degli auguri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede

(11 gennaio 2016).

[3]  A Diogneto 5,1-2.4-6.9-17; 6,3.10.

[4] Ipse est christianus, qui et in domo sua … peregrinum se esse cognoscit”: Agostino, Discorsi 111,4.

[5] Cf. C. Theobald, “Il cristianesimo come stile”, in Il Regno-Attualità 14 (2007), pp. 492-493; Id., Il

cristianesimo come stile, vol. I, EDB, Bologna 2009, pp. 49-58. Si veda anche E. Bianchi, Fede e fiducia,

Einaudi, Torino 2013, pp. 65-69.

[6] Cf. Regola di Benedetto 53,1: “Tutti gli ospiti siano accolti al loro arrivo come Cristo in persona, poiché egli dirà: ‘Ero forestiero (hospes) e mi avete accolto’ (Mt 25,35)”.  7 J. Daniélou, “Pour une théologie de l’hospitalité”, in La vie spirituelle 367 (1951), p. 340

[7]  Daniélou, “Pour une théologie de l’hospitalité”, in La vie spirituelle 367 (1951), p. 340.

[8] E. Lévinas, Etica e infinito, Castelvecchi, Roma 2012, p. 97.

[9] 9 E. Bianchi, Raccontare l’amore. Parabole di uomini e donne, Milano, Rizzoli 2015, pp. 57-58.  16 

 

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