Assemblea Caritas diocesi Forlì Bertinoro sabato 9 ottobre 2021 - Relazione S.E. mons Livio Corazza

Sabato 9 ottobre, presso il teatro parrocchiale di Vecchiazzano, si è svolta l’assemblea della Caritas di Forlì-Bertinoro con la partecipazione del Vescovo e dei rappresentanti delle Caritas parrocchiali della Diocesi. Il tema che ha guidato l’assemblea e che guiderà anche tutto l’anno diocesano è “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Come ogni anno, dopo la preghiera, mons.

Livio Corazza ha indicato alle Caritas parrocchiali alcune indicazioni pastorali per il nuovo anno diocesano: “Non si può essere cristiani senza testimoniare la carità, perché la comunità cristiana è il soggetto della carità, non solo ‘alcuni’ della comunità cristiana.

La Caritas nasce per aiutare tutti i cristiani a sentirsi nella Chiesa al servizio della carità, perché non deleghino a nessuno la loro testimonianza della carità, neanche alla Caritas stessa. Questo è decisivo, perché altrimenti rischiamo di sottrarre a tutti i cristiani l’impegnativo compito di essere responsabili nel testimoniare la carità”.

Infine il Vescovo ha indicato tre parole chiave: “grazie” per il servizio reso durante la pandemia dagli operatori e volontari; “coraggio” nell’affrontare le tante povertà materiali, relazionali e di senso della vita, e, infine, “coinvolgere”, cioè aprirsi alla testimonianza, animando con la carità e promuovendo nella relazione coloro che ci sono prossimi.

Al termine dell’intervento, il direttore della Caritas diocesana Filippo Monari, insieme alla Segreteria Caritas, ha guidato l’avvio dei gruppi di confronto. “La numerosa partecipazione a questa assemblea e l’ascolto reciproco - sottolinea Filippo Monari - testimoniano che la Caritas di Forlì Bertinoro desidera continuare a portare la presenza viva dell’essere cristiani oggi attraverso l’amore al prossimo.

Il cammino sinodale presentato dal nostro Vescovo sarà l’occasione, insieme alla formazione che inizieremo a novembre con il percorso di "Pedagogia Caritas". Il prossimo appuntamento in programma sarà domenica 14 novembre con la Giornata dei poveri: l’evento si svolgerà nelle parrocchie e in particolare nel duomo di Bertinoro, con la messa presieduta dal vescovo Livio. Nell’occasione si festeggerà anche il 40° anniversario della Casa della Carità di Bertinoro.

Inoltre, anche quest’anno, la Caritas diocesana riproporrà l’iniziativa delle scatole di Natale dopo il bel successo dell’anno passato”.

Andrea Turchi
Segreteria Caritas


Di seguito l'intervento di S.E. mons Livio Corazza:

"Quest’anno festeggiamo i cinquant’anni della Caritas Italiana.

È un anno di celebrazioni importanti e per l’occasione sono andato a rileggermi il discorso di Paolo VI. Fu lui a volere la Caritas, e nel suo discorso ne presentava lo statuto.

Ogni tanto bisognerebbe rileggerlo, qualche volta lo statuto delle associazioni sembra un qualcosa di freddo, invece, questo qui è una sintesi del Vangelo.

Papa Francesco recentemente citava le parole di Paolo VI “siete parte viva della Chiesa, siete la nostra Caritas”. Il papa che l’ha voluta e impostata incoraggiò la CEI a dotarsi di un organismo pastorale per promuovere la testimonianza della carità nello spirito del Concilio Vaticano II perché la comunità cristiana fosse soggetto di carità.

Noi tutti sappiamo che col Concilio è nata la riforma liturgica, sempre col Concilio siamo passati dalla dottrina al catechismo.

La terza riforma della chiesa scaturita dal Concilio è la nascita della Caritas: italiana, diocesana, parrocchiale. Ma qual è il compito della Caritas? Ve lo ricordo, perché qualche volta rischiamo di dimenticarlo, presi come siamo dal fare.

Non esiste una tessera della Caritas, nessuno di voi ha una tessera, alla Caritas si entra a far parte dal battesimo. Quando dite “noi siamo quelli della Caritas”, uno potrebbe pensare che siano presenti tutti i cristiani battezzati della diocesi di Forlì Bertinoro.

Membri della Caritas si nasce, non si diventa e non si può essere cristiani senza testimoniare la carità, perché l’intera comunità cristiana sia soggetto di carità, non solo alcuni.

La Caritas non è nata per far nascere un’altra associazione, perché ce ne sono già tante, come per esempio la stessa San Vincenzo all’interno della comunità cristiana, ma anche all’esterno di essa ce ne sono tante.

La Caritas nasce per aiutare tutti i cristiani a sentirsi Caritas, perché non deleghino a nessuno la testimonianza della carità, neanche alla Caritas stessa, scusate il gioco di parole.

Questo è un punto importante, anzi decisivo, perché altrimenti proprio perché corriamo tanto, facciamo tanto e lo facciamo bene, rischiamo di sottrarre a tutti i cristiani il grave e impegnativo compito di essere responsabili nel testimoniare la carità.

Non esiste la pensione dalla Caritas, perché tutti siamo Caritas; mi ricordo che mi ha colpito quando ero direttore della Caritas la telefonata di una signora che mi ha detto tutta allarmata “vicino a casa mia ci sono due anziani che hanno la legna ma non sono in grado di tagliarla per scaldarsi, voi della Caritas avete qualcuno da mandare per tagliare la legna?” “Si signora”, le ho risposto, “mando lei”. E ha messo giù il telefono.

In effetti è così, non è possibile che uno chiami la Caritas per fare il suo dovere.

Allora noi perché esistiamo? Dobbiamo stare attenti a questo perché il nostro compito è decisivo, noi siamo animatori della Caritas: non facciamo tutto noi, non dobbiamo fare tutto noi, non possiamo fare tutto noi.

Mi scaldo perché sono cose che dicevo fin da piccolo, poi dopo le faccio anch’io, lo dico ad alta voce per convincere anche me, però cerco di ricordarmelo perché talvolta mi dimentico, è importante questo approccio fondamentale.

Allora perché noi esistiamo? Esistiamo certamente per fare bene, per dare l’esempio. Le opere sono segno dell’accoglienza.

Qual è la prima cosa che fa la Caritas, la prima cosa per cui è nata? L’ascolto, ma non semplicemente e burocraticamente sentirsi dire di cosa si ha bisogno, ti diranno che hanno bisogno di soldi, anche l’altro giorno sono venuti a chiedermi soldi, ma quello è il bisogno, ma dietro che cosa c’è? Bisogna ascoltare le persone, sapete quanto è difficile ascoltare le persone, bisogna andare a fondo, ascoltare non è facile, quindi è importante che noi diamo dimostrazione che è possibile farlo.

Anche per quanto riguarda il discorso del mangiare e del dormire, all’inizio della storia della Chiesa c’era un padre della Chiesa che non voleva che si facessero i dormitori e le mense, perché diceva in questo modo i cristiani non accolgono più nella loro casa i poveri, e invece noi dovremmo accoglierli nella nostra casa, accoglierli non in parrocchia ma in famiglia, questo è lo scopo.

Questo vuol dire accoglienza, chiaro che poi ho figli e nipoti e, per praticità, gli accogliamo in una struttura, dobbiamo essere consapevoli però che parlare di una struttura Caritas significa uscire dal circuito famigliare, mentre invece deve essere sempre famigliare.

Quando dove ero io volevano mettere su una mensa. Ho detto ai volontari, e anche qui giustamente si diceva non esistono volontari perché la Caritas non ha volontari ma animatori della carità, ma questo è un altro discorso, gli dicevo mangiate con loro, non basta dargli da mangiare perché tu, se lui è fratello, sei un fratello.

Io i fratelli li vedo su WhatsApp perché tra una roba e l’altra non li vedo, ma quando torno a casa mangio con loro e loro mangiano con me; se loro sono fratelli e sorelle, i poveri, volto di Cristo, se viene Cristo a casa o il Papa, mangi con lui; questo è l’ideale, in quel momento lì potremmo dire di essere abbastanza vicini al comandamento di Gesù.

Poi si è in tanti, stare in casa come si fa, però dobbiamo sempre dare insieme al cibo, insieme all’accoglienza, una umanità, una relazione, devono sentirsi fratelli e sorelle anche se magari sono fratelli e sorelle che rompono. Non è che sono così belli, buoni, gentili, è lì che metti in gioco il tuo essere cristiano e quindi è importante che noi ogni tanto ci rendiamo conto che è il Vangelo quello che ci guida, non tanto perché ci diciamo che siamo bravi, abbiamo fatto tanto, ma per dire quanta strada abbiamo ancora da fare per costruire una nuova comunità e una nuova famiglia.

Anche il cammino sinodale che ha avviato Papa Francesco nel mondo intero ha proprio come primo punto quello dell’ascolto, ascoltare ufficialmente un miliardo e trecento venti milioni di cristiani cattolici nel mondo, dovremo riunirci tutti in piccoli gruppi, rispondere a delle domande, che poi sono semplici, e ascoltare, ascoltarsi, ma non tanto per sentirsi così per quattro chiacchere, ma per ascoltare lo Spirito che parla nella sua chiesa, e anche attraverso i poveri lo Spirito parla.

Guai se mancasse un gruppo sinodale misto, dove ci siano tutti, anche i più poveri che accogliamo, perché è importante che anche loro si sentano protagonisti nella chiesa, non solo perché ricevono, ma perché si sentano davvero protagonisti attivi della comunità cristiana.

Nella celebrazione del cinquantesimo anniversario della Caritas italiana, Papa Francesco aveva indicato “tre vie”: la via degli ultimi, noi con la nostra testimonianza all’interno della chiesa e della società, il nostro compito di tener vivo il primato dei poveri nella comunità cristiana, ossia la visibilità dei poveri, perché noi nel nostro agire non li nascondiamo nelle nostre iniziative e strutture ma li facciamo stare al centro della nostra comunità.

Non è facile, però non sono semplicemente destinatari di qualcosa, ma sono Gesù Cristo che visita le nostre chiese, le nostre case. Blaise Pascal mentre stava morendo e non poteva fare la comunione, si è fatto portare un povero perché Gesù presenza reale nell’eucarestia, è uguale alla presenza reale di Gesù nel povero.

“Ogni volta che avete fatto qualcosa a ognuno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”. In quel momento lì Gesù è nel povero, ed è importante tanto quanto la briciola del pane eucaristico che stiamo attenti a non disperdere sopra all’altare, quando andiamo a caccia della briciola altrimenti succede un sacrilegio.

Il povero è uguale: la stessa presenza, quindi dobbiamo testimoniare la centralità del povero nella comunità cristiana, altrimenti noi invece di fare il nostro compito bene addirittura sottraiamo, nascondiamo i poveri dalla presenza della Chiesa o nella società perché li mettiamo in un angolo perché sennò disturbano e li teniamo lì, facciamo bene il nostro lavoro, ci pagano, magari ci danno anche l'offerta però l'importante è che stiano lì.

Noi invece dobbiamo metterli al centro delle nostre comunità cristiane, nel centro del loro agire anche nella formazione della catechesi dei ragazzi, nell'esperienza, nell’incontro, nella riflessione; ci sono studi e ricerche dei diversi tipi di povertà, per esempio i poveri non sono solamente quelli a cui manca qualcosa, ma ci sono almeno tre tipi di povertà: le povertà materiali, nel quale noi siamo bravi, diamo i pacchi e diamo da mangiare, poi c'è la povertà di relazione, uno può essere ricco, non aver bisogno di niente ma essere solo, e quindi c’è bisogno di compagnia, di amici, di relazioni.

Oppure uno può avere tutto, può avere anche la famiglia ma non avere scopo nella vita come i giovani, che magari non vanno né a lavorare né a scuola, non danno senso e non riescono a trovare un senso alla vita, anche quella è povertà, più difficile da riconoscere, alla quale noi forse non riusciamo a rispondere; ci vogliono altre iniziative, per questi versi anche la pastorale giovanile è Caritas quando riesce a dare senso ai giovani e li aiuta a uscire da questa povertà che è drammatica, possono avere mille cose, possono essere in compagnia, possono andare in discoteca ma se la loro vita è vuota è povertà, ed è drammatica.

Per noi il primo compito è quello di ascoltare, e ci vuole coraggio per trovare motivazioni profonde nel vangelo e nella fede, per questo è importante la fede perché ci aiuta a mantenere l'entusiasmo e la forza di essere a servizio del Signore e ti servirlo nel più povero.

Poi, come dicevo in precedenza, noi siamo animatori, non dobbiamo solo fare, ma aiutare a fare; anche all’interno dei nostri gruppi, delle nostre Caritas diocesane, parrocchiali, dei nostri servizi, noi dobbiamo avere uno spirito di coinvolgimento, questo è importantissimo perché altrimenti rischiamo di dirlo agli altri e di non viverlo noi per primi, questo è il nostro stile, il nostro metodo, non facciamo niente da soli, noi coinvolgiamo.

Questo è il verbo di quest'anno: “coinvolgere”. Faccio tutto io, ce la faccio: no! Altrimenti dove sta l'animatore? Dobbiamo coinvolgere e alla sera dovete chiedervi: chi ho coinvolto oggi? Ho fatto tante cose, ma con chi? “Ma non vengono” non è vero! Qualche volta vogliamo essere noi i protagonisti, e lo dico perché sono stato direttore della Caritas e mi do la zappa sui piedi.

Coinvolgere! Scusate se mi appassiono ma è fondamentale che noi diamo l'esempio, è vero che non andiamo in pensione ma dobbiamo comunque rinnovare le cariche, perché se uno sta 20 o 30 anni nello stesso posto non va bene, i vescovi dopo 75 anni vanno in pensione; è un servizio, è Gesù il buon pastore, non è né il parroco né il vescovo, non possiamo fargli noi ombra, è lui che guida le comunità cristiane, noi diamo volto, voce, ma rinnoviamoci.

“È tanti anni che si sono lì, se non ci sono io non c'è più nessuno”, vuol dire che hai lavorato male, perché il primo compito è quello certamente di servire i poveri, ma per coinvolgere, siete animatori, devi portare dentro qualcuno, “ma vanno via tutti”, vuol dire che vuoi fare tutto tu. Può essere che sia vero che non si trovi nessuno, però attenzione, qualche volta è un alibi, è bello vedere gli altri che fanno al nostro posto.

È un argomento delicato, lo so, il rischio è quello di sentirsi dire “arrangiatevi”, non è questo il tema, il tema è che noi siamo volontari, siamo animatori e abbiamo il compito di coinvolgere, siamo più allenatori che giocatori, ma cerchiamo di fare entrare e uscire le persone, l’importante è servire i poveri e importante è coinvolgere anche altri nel servizio ai poveri.

Questo riguarda tutta la comunità cristiana, idealmente e anche concretamente, per cui le cose che fate dovete dirle, dovete trovare il sistema che anche i ragazzi del catechismo vengano a conoscenza e facciano qualcosa.

Tra poco ci sarà l’iniziativa dei “Pacchi di Natale”, che non è nata da noi, è nata per caso, ma è stata un’esperienza e un coinvolgimento straordinario, vedete cosa vuol dire una stupidaggine, però quanto ha coinvolto, è stata una iniziativa straordinaria e non possiamo neanche vantarcene, non è nata da noi ma però noi abbiamo valorizzato ed esteso ad altri.

Ha coinvolto famiglie, che si sono trovate la sera a fare questo pacco pensando di darlo a qualcuno, e alla fine abbiamo raccolto circa 6500 pacchi, mica facile, però siamo riusciti in questa iniziativa di coinvolgimento perché anche questo è il nostro compito, come Caritas, quello di testimoniare.

Se vogliamo andare in paradiso non ci andremo con quanti rosari o canti abbiamo fatto in chiesa, neanche quante messe, ma se le messe e il rosario ci hanno aiutato a servire i poveri. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero solo e siete venuti a visitarmi”, questo ci chiederà, lo chiederà a tutti, però lo chiederà a tutta la chiesa; quindi, dobbiamo come dice San Francesco guadagnare tutti il paradiso, perché è l’amore per il povero a portarci in paradiso.

E allora credo che sia decisiva l’opera della Caritas, non è sentimento, fare assistenza, perché altrimenti non c’era bisogno dell’opera della Caritas, c’erano già opere della Caritas.

Paolo VI per far nascere la Caritas ha sciolto la P.O.A., Pontificia Opera Assistenza che aveva 50.000 dipendenti e gestiva i beni dell’America e poi li ridistribuiva. Poi Paolo VI ha detto basta, la Caritas non è esclusivamente quella del fare, ma adesso noi come comunità cristiana raccogliamo da noi e poi noi serviamo i nostri poveri, non alcuni ma tutta la comunità è soggetto di carità.

Altrimenti torniamo indietro, torniamo a distribuire i pacchi come faceva la P.O.A., torniamo a dare vestiti, ma noi oggi cerchiamo anche di coinvolgere le comunità cristiane, i singoli, la gente, sia quella che viene in chiesa sia quella che non viene, perché mettano al centro della comunità cristiana e della comunità civile i poveri, che non siano messi ai margini, o visti come nemici, o visti come pericoli, o visti come disturbi, sono il volto di Cristo, e questo tanti non lo capiscono, e per questo noi diamo la possibilità di realizzarlo, ci vuole anche organizzazione, però il nostro compito principale è coinvolgere."