Il diritto di fare il Bene

Stefano Zamagni e la riforma del Terzo Settore

Le Consulte Diocesane delle Aggregazioni Laicali e degli Organismi Socio‑Assistenziali hanno organizzato martedì 10 aprile al Villaggio Mafalda un incontro su “Il diritto di fare il Bene. La riforma del Terzo Settore”, tenuto dal prof. Stefano Zamagni.


Alla conferenza si sono susseguiti i saluti di Marco Conti (Presidente della Cooperativa Paolo Babini), l’introduzione di Paolo Dell’Aquila (rappresentante delle due Consulte) e due brevi interventi di Leonardo Belli (Presidente del Centro Servizi per il Volontariato) e Maurizia Squarzi (Presidente del Consorzio di Solidarietà Sociale).


Stefano Zamagni ha parlato della recente riforma, facendo notare che il cosiddetto “Terzo Settore” è stato inventato nella Toscana del 1200 grazie al movimento francescano ed è stato poi riscoperto solo di recente dagli studiosi anglofoni. L’attuale riforma è la prima del genere in Europa.


Fra i principi portanti c’è la razionalizzazione delle leggi preesistenti (come quella sulle ONLUS del 4.12.2007) ed il passaggio dal regime concessorio al regime del riconoscimento. Prima era lo Stato che provvedeva a riconoscere ai cittadini e corpi intermedi lo svolgimento della loro attività. Oggi invece, già all’art.2, il Codice del Terzo Settore riconosce l’attività di questi soggetti.

Ciò ha significato uscire dal precedente modello basato sul duopolio di stato e mercato e ridare un ruolo preciso al terzo settore. Questo garantisce anche l’indipendenza di questi enti rispetto al livello politico-amministrativo. Prima della riforma vigeva infatti una sussidiarietà orizzontale, per cui la decisione doveva rimanere ai politici ed agli enti della società civile rimaneva soltanto la gestione.

Oggi si passa invece al principio della sussidiarietà circolare, formulato da San Bonaventura di Bagnoregio alla fine del 1200.



In questa ottica la società è un triangolo con tre vertici, di cui uno è rappresentato dall’ente pubblico, il secondo dalla business community ed il terzo vertice dai soggetti della comunità organizzata. I tre vertici devono interagire per fissare le priorità, definire le fonti di finanziamento e decidere i criteri di gestione. Le tre entità sono in condizioni di parità. L’ente pubblico ha un ruolo non dispotico. La sussidiarietà circolare può così superare il modello gerarchico sviluppato ad oggi.


L’ultimo pilastro è l’introduzione della finanza sociale.  La finanza nasce nel 1400 con il francescanesimo ed i primi Monti di Pietà.

Oggi la finanza è divenuta speculativa. Nella riforma, invece, è riapparsa una finanza sociale che rappresenta un ritorno all’antico, per uno sviluppo economico che salvaguardi il bene comune.


Finalmente si dà la possibilità ai soggetti dei Terzo Settore di uscire dalla sudditanza rispetto alla politica. Si possono, infatti, emettere titoli di solidarietà, Social Bond, ecc., per finanziare le attività ordinarie.

Per  amalgamare le esperienza la legge introduce, inoltre, la Valutazione di Impatto Sociale. La V.I.S. serve ad educare a curare l’aspetto dell’efficienza.

Nell’impresa capitalistica si punta solo all’efficienza, ma nel Terzo Settore vale anche l’intenzione, la motivazione a fare il bene. Entrambe le dimensioni devono marciare insieme.


Viene poi introdotto il Registro Unico del Terzo Settore, per armonizzare le informazioni. Gli enti di Terzo Settore devono, quindi, darsi un’organizzazione, imparando dagli ordini monastici ed riaffermare la loro presenza, sganciandosi dalla sudditanza alla politica.


i sono poi alcune lacune della riforma, come la mancanza di un’autorità di controllo o di una norma per definire i contenziosi fra stato e regioni. Non è infine possibile abrogare i vecchi registri del terzo settore, per cui alcuni non adotteranno il nuovo regime.

“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”, come scrisse Gustav Mahler. La riforma è la strada maestra che devono intraprendere i cooperatori.






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